Le Gocce cadono (ma che fa) Musiche NEWS Parole Scritture

La mania del rètro

Era un modo completamente diverso di utilizzare la musica, l’opposto di quello a cui ci aveva abituato il rock: il brano singolo – con le sue valenze da vero e proprio inno – invece dell’album, il flusso ininterrotto del mix operato dal dj [ … ]. Si provava una gioia liberatoria abbandonandosi a una musica sostanzialmente anonima [ … ] Il “significato” di quella musica riguardava il macrolivello di quella cultura nella sua globalità, ed era assai più ampio della somma delle sue parti.

(Simon Reynolds, “Energy Flash. Viaggio nella cultura Rave”, Arcana)

Si fa tanto parlare di Retromania, sulla scia dell’ampiamente annunciato ed appena pubblicato ultimo lavoro del santone della critica musicale contemporanea, Simon Reynolds, in Italia uscito per i tipi di ISBN. Ancora prima di essere pubblicato, questo libro era già un evento, fatto raro per l’editoria di settore; e quasi tutti i quotidiani e riviste italiane, anche non di genere, gli hanno dedicato un’ampia recensione o quanto meno un trafiletto.

Di retromania, in qualità di elaborato editoriale, ci si riserva di trattare ad avvenuta sedimentazione del relativo tomo.

Però, l’argomento richiama impropriamente più di una suggestione, che proprio l’uscita di Retromania rende oltremodo abusata, eppure attuale. Sottostante diverso, stesso quesito: quanto sono cambiate la fruizione e la percezione della musica a seguito della trasformazione apportata dall’era digitale?

E attenzione, perchè sarebbe facile ridurre tutto alla nostalgia del vinile.

Da fedele amante della tecnologia, sento di non dover precisare quanto da queste parti si possa essere invece fervidi sostenitori della musica liquida: la mia borsa da lavoro ha al tempo ospitato uno dei primi iPod e due esponenti delle successive generazioni sono da anni miei più che fedeli compagni d’avventura; inoltre, mi ritengo un incuriosito seguace della crociata condotta da un pugno di esperti di hi-fi per promuovere il corretto utilizzo in alta fedeltà del suono della musica liquida ad alta risoluzione e delle tecniche con cui provvedere alla sua solidificazione (DVD-V con audio PCM lineare 96/24 o 48/24).

La mia raccolta musicale, quando non già acquistata direttamente lossless, è stata inoltre quasi tutta convertita – con EAC tarato secure o dbPoweramp – rigorosamente in FLAC, senza perdità di qualità (in più, consente la generazione dei .cue, che ripristinano le caratteristiche originarie del disco). Le lande un tempo estese di Mp3, in principio assai gradite per il risparmio di spazio, sembrano ormai rappresentare solo la fase di passaggio per un ascolto successivamente più approfondito.

Quella che sembrerebbe infatti carente è l’idea di incontrare, di avere la pazienza di ascoltare. Ma questo appare, per dirla con i Wu Ming nella bellissima prefazione a Cultura Convergente di Henry Jenkins, un “pregiudizio di valore”. Non si discute la velocità di trasmissione delle nuove tecnologie. Le innovazioni tecnologiche, continuano i Wu Ming, “stimolano la creatività, aprono territori inesplorati, aumentano le opportunità espressive, diversificano la produzione estetica”. Perchè, certo, a non mancare è la condivisione, quando non si associa solo ad altri meno nobili propositi, in un’epoca come quella presente “sempre più partecipativa, a bassa soglia d’accesso, con un forte stimolo a creare e condividere la sensazione che il proprio contributo conti davvero qualcosa”.

Allora, se non cose, o forme, o mezzi, luoghi: prendiamo, a mero titolo d’esempio, i cosiddetti anacronistici negozi di dischi. Quelli dove poter respirare musica e soddisfazione di dover scavare e rischiare, per poter metabolizzare il piacere o il disgusto dell’ascolto. Questo rapporto è del resto venuto meno anche in quelle librerie dove si respirava aria di liason culturale, luoghi dell’anima dove un forte lettore riconosceva un altro forte lettore e che oggi sono, salvo lodevoli eccezioni, rivendite di materiale editoriale.

La giostra della memoria continua ad indicare che nei records shop gli appassionati di musica incontravano personaggi che li caratterizzavano a volte ancor di più delle insegne stesse, con i quali il confronto era un piacevole passatempo di chi condivideva non solo un commercio ma anche una passione. Ognuno di loro potrebbe a ragione sostenere di avermi fatto acquistare almeno un disco e a tutti loro potrei vantarmi di averne segnalato uno che poi è risultato funzionale alla propria attività. Allora le fonti di informazione italiane ed estere (a volte con l’ausilio di amici ben informati in varie parti del mondo) erano molto meno numerose, eppure garantivano la scoperta di gemme sonore ad oggi rimaste ineguagliate.

E dunque, internet? Capita davvero che forse si siano alterate le modalità di ascolto o che, come altrove si sostiene, molto o quasi tutto sia stato già detto in passato? E che ci si limiti a ricalcare sentieri già battuti? Ma qui si ritorna dritti a Retromania e questo sarà materia per una prossima storia.

Così ci si pone spesso di fronte ad un bivio, in merito alle modalità di fruizione del proprio bagaglio musicale: se scegliere la strada tracciata o percorrerne di nuove, non meno accattivanti.

Qui non si proverà ovviamente a discettare dell’opportunità di preferire l’una o l’altra soluzione: è materiale meta-pedagogico sepolto in un campo minato, che elabora spesso richiami alla spesso rifuggita coerenza intellettuale.

Nel frattempo, si potrebbe rivolgere alla critica l’appello sentito di prendere una posizione: fin quando gli artisti produrranno dischi lunghi (una volta si diceva LP), a meno che non si sia a conoscenza di un intento di masochistica disgregazione della propria opera espresso dall’artista, nel recensirli non sarebbe il caso di evitare già in partenza di sezionarli in funzione dei download da estrarre, lasciando viceversa ad altri la scelta? Si riuscirebbe in tal modo a non assecondare un’attitudine sindromico-compilativa, che vede in iPod et similia solo un geniale terminale; il che, come anche un bambino oggi sa, non vieterebbe peraltro a nessuno di ascoltare album interi oltre che playlist di brani.

Un corretto punto di equilibrio tra i due estremi (che è prezioso strumento di quotidiana joie de vivre), non privandoci del piacere di ascoltare una serie di canzoni anche in un’ottica da “slow food” (da fruire persino attraverso la stessa musica liquida solidificata e non solo attraverso CD e vinili), apporterebbe un piccolo contributo contro la riproduzione di una genìa indistinta di tracks senza patria e senza storia e difficili, perchè no, anche da classificare.

A meno di non sposare, con legittima trasparenza, l’altrettanto valido approccio della club culture “in limine”, tra l’altro qui chiaramente non disdegnato.

Dalla nostalgia retrò si rischia di venire inevitabilmente incornati, a patto che la relativa conversione culturale non si riduca nel rigettare la meno edificante traslazione di un accento.

A scanso di equivoci, il toro è uscito indenne dall’incornata.

Fabrizio Longobardi

Gli odori di cui da sempre ho un ricordo sono quelli del basilico e dell'acqua clorata. Opero con quotidiana applicazione nell'intento di dare nuova linfa a svariate entità economiche. Con la stessa frequenza, alimento il mio gusto onnivoro in tema di suoni, visioni, letture e pulsioni artistiche, che per una vita ho condiviso nella veste di autore e conduttore radiofonico. Sono lieto di sentirmi culturalmente apolide.

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